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L’arte di riconoscere le emozioni

Approfondire le proprie emozioni è sempre complicato. Soprattutto perché la nostra società ci insegna molto presto, riducendo la voce delle nostre sensazioni emozionali, a mascherare i nostri sentimenti e le nostre sensazioni. Mimetizziamo paura, rabbia, amore, vergogna quasi fosse un dovere civico occultarle.

In questo articolo parleremo dell’«arte del riconoscimento» delle emozioni grazie all’ausilio di due personaggi che, nel mio percorso di crescita e rinascita dalla paura, sono stati molto importanti: Reene Brown, ricercatrice e formatrice statunitense e Thich Nhat Hanh (Tai), monaco buddista vietnamita.

Come riconoscere le emozioni

Iniziare un percorso consapevole di riconoscimento delle proprie emozioni è un po’ come mettersi in viaggio, partire per una lunga, e a volte dolorosa, avventura. Se non lo faremo volontariamente la vita presto o tardi ci farà cadere: ci darà un calcio nel sedere, ci farà subire una delusione, ci porterà a commettere errori o ci spezzerà il cuore. E lì, anche se non saremo pronti per iniziare un’avventura emotiva, ci saremo comunque dentro e dovremo essere pronti a soffrire.

L’unica cosa che possiamo fare, come spiega la ricercatrice all’Università di Houston, è il ruolo che intendiamo avere nella nostra stessa vita: vogliamo scrivere noi la nostra storia o vogliamo cedere quel diritto a qualcun altro? Scegliere di scrivere in prima persona significa mettersi in gioco, privilegiare il coraggio sulla comodità.

Approfondire la storia di un fallimento o di una paura equivale a farsi inghiottire completamente dalle emozioni. Spesso sia la nostra mente sia il nostro organismo sono programmati per difenderci, o con la fuga o con l’attacco.

Anche nel caso delle piccole delusioni e frustrazioni quotidiane, infatti, l’intolleranza fisica e psichica per il malessere è il motivo per cui ci blocchiamo sugli aspetti superficiali delle nostre esperienze senza mai affrontarle veramente.

Gli uomini e le donne che si dimostrano in grado di risollevarsi dalle difficoltà sono  accomunati dalla capacità di prendere atto delle loro emozioni e di fare i conti con esse. Questa presa di coscienza è costituita da due parti:

  • prestare attenzione alle proprie emozioni.
  • indagare sui vissuti che hanno indotto tali emozioni e su come queste siano legate ai nostri pensieri.

Come scrive la Brown, nel suo libro La forza della fragilità, tante persone non sono in grado di riconoscere le emozioni ma si limitano a sfogarle. Altre, invece, si accorgono di essere in balia delle emozioni quando un loro comportamento lancia un segnale d’allarme; alcuni ne prendono atto grazie alle reazioni corporee, mentre altri capiscono di essere in una tempesta emotiva perché la loro mente ritorna sugli eventi spiacevoli.

Personalmente credo dipenda dal tipo di emozione:  se sono arrabbiato inizio a sminuire gli altri; se provo vergogna e paura sento un senso di vuoto e mi viene la tachicardia; se rispondo male capisco che c’è del risentimento verso qualcuno.

Per rialzarsi più forti di prima dopo una caduta emozionale – spiega la ricercatrice texana –  bisogna indagare sulle propria esperienza. Questo implica la necessità ad addentrarsi nei perché degli eventi: “Perché oggi sono così triste?”, “Perché me la sto prendendo con questa persona?”, “Perché reagisco in maniera esagerata?”, “Perché temo così tanto quella situazione?”.

L’organismo, come abbiamo già detto, reagisce inducendoci a chiuderci in noi stessi e a disinteressarci. È umanamente più facile negare le emozioni invece di indagare a fondo. Questo atteggiamento, però, non fa scomparire le emozioni ma gli conferisce il potere di controllarci e condizionarci.

Il nostro scopo non è quello di celare i nostri vissuti ma provare a modificarne l’esito. Riflette sulla verità e capire cosa sia successo è fondamentale per risollevarci e concludere l’esperienza in modo costruttivo.

Limitarsi a sfogare il dolore

Nel libro l’autrice americana mette in risalto alcune ricerche che hanno evidenziato che l’importanza che attribuiamo alle emozioni deriva da ciò che abbiamo visto o imparato negli anni della formazione ed è l’unione delle sette idee elencate qui sotto.

  1. Essere emotivi è un segno di vulnerabilità e questa è una debolezza
  2. Non bisogna né chiedere né raccontare. Potete provare tutte le emozioni che volete, ma non ci guadagnate nulla comunicandole agli altri.
  3. Non abbiamo accesso a un linguaggio e a un vocabolario delle emozioni completi, esaurienti ed efficaci, quindi preferiamo tacerle o ridicolizzarle.
  4. Parlare delle emozioni è frivolo, inutile ed è segno di autocompiacimento. Non è da persone tutte d’un pezzo.
  5. Siamo così insensibili alle emozioni che non c’è nulla di cui discutere.
  6. L’incertezza è troppo scomoda.
  7. Indagare e porre domande è pericoloso perché può far emergere qualcosa che non si vuole o non si deve sapere.

Il risultato del tentativo di ignorare un ferita emotiva è, come lo chiama la Brown, «il salto in aria». Pensiamo di aver sepolto il dolore così in profondità che non può assolutamente riemergere, eppure, tutto a un tratto, un commento apparentemente innocuo ci manda in escandescenza o in lacrime.

L’io non prende atto dei vissuti e non vuole ottenere risultati diversi, ma nega le emozioni, detesta gli approfondimenti e sfrutta le proprie esperienze come corazze o come alibi; inoltre, si serve di una serie di “schiavi” come rabbia, riprovazione e negazione.

Quando siamo sul punto di riconoscere che un certa esperienza è di tipo emozionale, i tre servitori entrano in azione. È più facile dire “Chi se ne frega”,  che “Sto male”. L’Io adora accusare, criticare e usare scuse che, alla fine, sono tutte forme di autodifesa.

Fingere di non soffrire significa restare prigionieri delle emozioni confuse che proviamo; riconoscerle e accettarle, invece, significa scegliere la libertà.

Come accogliere le emozioni con le formazioni mentali

Le formazioni mentali differenziano ogni singola coscienza. Queste formazioni, secondo Thich Nhat Hanh, rendono possibile il risveglio. L’intenzione e la convinzione possono contribuire a portare alla consapevolezza, e la consapevolezza porta sempre con sé la concentrazione. Se si è abbastanza concentrati si comincia a vedere con più chiarezza la vera natura delle cose.

Intenzione

L’intenzione è il desiderio di fare qualcosa: l’intenzione di vedere, di sentire, l’intenzione di toccare. Intenzione, come spiega il monaco buddista nel suo libro Paura, può voler dire anche la nostra determinazione a essere consapevoli, la coscienza di poter creare in noi le condizioni favorevoli al formarsi dell’abitudine alla consapevolezza.

La prossima volta che pranziamo possiamo osservare il nostro modo di mangiare. Portiamo la consapevolezza a illuminare ogni movimento che facciamo nel tempo in cui mangiamo.

Abbiamo trasformato insegnamenti come il masticare e l’utilizzo delle posate in informazioni comportamentali che poi sono diventate buone abitudini automatiche. Possiamo rendere anche la nostra intenzione di mangiare in consapevolezza un’azione abituale e farlo anche con tante altre attività.

La consapevolezza è un tipo di energia che può aiutare a riportare la mente nel corpo, così da radicarsi bene nel qui e ora. In questo modo riusciremo ad avere più intenzione consapevole anche verso le nostre emozioni.

Concentrazione

Quando ascoltiamo noi stessi dovremmo farlo molto in profondità. Una concentrazione profonda richiede la capacità di inviare tutte le cellule del corpo a prendere parte all’ascolto. Se lo si fa fino in fondo, ogni cellula si comporta come il corpo intero: non c’è più distinzione fra una cellula e l’altra. La presenza mentale contiene in sé la concentrazione.

Quando siamo molto concentrati in meditazione non udiamo, vediamo, odoriamo più niente perché la coscienza mentale è potentissima. Non ti è mai capitato di essere talmente concentrato nell’attività che stai facendo da non sentire nessun rumore, nessuna voce disturbate e dimenticare il tempo che passa? Ecco, in quel caso vuol dire che la tua energia è raccolta e concentrata in un’unica direzione.

Se impariamo a concentrarci sulle nostre emozioni e a chiederci perché le stiamo provando in quel momento avremo un effetto liberatorio.

Presenza mentale

La pratica della presenza mentale consiste nel ricordarsi di ricordare. La presenza mentale è un tipo di energia che aiuta a essere consapevoli di ciò che sta accadendo. Quando facciamo qualcosa di buono, sappiamo di fare una buona cosa; quando facciamo qualcosa che in seguito potremmo rimpiangere, lo sappiamo.

La consapevolezza è dentro di noi: in noi, come evidenzia il monaco e attivista per la pace, è presente il seme della consapevolezza, della presenza mentale; che sia ancora debole o che abbia acquisito potenza dipende dalla nostra diligenza nella pratica.

Bisogna distinguere la consapevolezza buona da quella cattiva: se concentriamo l’attenzione solo sugli elementi negativi perderemo la padronanza in noi stessi e la nostra sarà falsa consapevolezza.

La “retta consapevolezza“, invece,  significa tornare al respiro e prendere consapevolezza che le emozioni negative possono arrivare e possono far soffrire noi e gli altri, ma che l’importante è prendersi cura anche di queste emozioni che ci causano dolore.

Visione profonda

Concentrazione e presenza mentale rendono possibile la visione profonda. La retta visione profonda ha il potere di liberare, di portare compassione e comprensione. La visione profonda sbagliata è un genere di affermazione che può confermare il contrario della verità: siamo convinti che quella sia la verità con assoluta certezza, ma non lo è – spiega il monaco e fondatore del Plum Village.

In passato mi capitava spesso di convincermi che determinate persone mie erano nemiche e che quindi per essere felice dovevo evitarle. Questo tipo di certezza è una falsa visione profonda.

Molti di noi hanno false visioni profonde, percezioni errate che stanno alla base dei nostri comportamenti e delle nostre decisioni. E’ fondamentale distinguere tra vera visione profonda e falsa visione profonda.

E’ pericoloso essere troppo sicuri di qualcosa, soprattutto quando le nostre decisioni influenzano la vita delle altre persone. Rabbia, odio, paura nascono dalle nostre percezioni errate. Dovremmo ricordarci sempre di chiederci: “Ne siamo proprio sicuri?”. Torniamo alle nostre percezioni, ricontrolliamole e mettiamole in dubbio.

Conclusione

Un’emozione non è mai la “verità” del momento. Una sensazione non è la realtà. Tutta l’emozione è la nostra percezione di una situazione. Ciò non significa che non sia importante o che si debba ignorare come ci sentiamo, significa semplicemente che dovremmo, a volte, fare un passo indietro rispetto ai nostri sentimenti.

Se ci sentiamo in un determinato modo, quale diversa percezione potremmo avere per sentirci diversamente? Quali sono gli altri aspetti della storia?

Ricordiamoci che le emozioni non definiscono la nostra persona, noi siamo molto di più delle nostre emozioni.

A presto!

Sebastiano

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