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Come curare la paura con la compassione

In questo articolo parliamo di compassione ed empatia e di come solitamente si abbia paura di provarle per il timore di diventare vulnerabili ed essere visti come insicuri. La persona che sa provare compassione per se stessa e per gli altri, quando si confronta con fallimenti e sconfitte, sa offrire a se stessa e alle altre persone un caldo abbraccio.

Con i consigli di Leo Babauta, autore di zenhabits vediamo come riscoprila.

Bene, cominciamo…

Cosa significa compassione?

Quando parliamo di compassione di solito vogliamo dire aiutare chi è meno fortunato di noi dato che abbiamo migliori opportunità. Lavorando con gli insegnamenti su come risvegliare la compassione e cercare di aiutare gli altri potremmo arrivare a comprendere che l’azione compassionevole implica aiutare noi stessi tanto quanto aiutare gli altri.

Mettersi in relazione con gli altri in modo compassionevole è una sfida: comunicare davvero al cuore ed essere lì per qualcun altro significa non escludere quella persona e, per prima cosa, vuol dire non escludere noi stessi.

Significa consentirci di sentire quel che sentiamo senza allontanarcene. Significa accettare tutto di noi stessi anche quello che non ci piace. Questo richiede apertura che nel buddismo talvolta viene chiamato vuoto: non fissarsi o restare aggrappati a qualcosa.

Solo in uno spazio aperto dove non siamo imprigionati nella nostra versione personale della realtà riusciamo a vedere e sentire chi sono davvero gli altri e cosa ci permette di stare con loro e di comunicare correttamente.

Come nasce la compassione?

La compassione nasce quando percepiamo la sofferenza nel prossimo che ci porta a cercare di alleviare questo dolore che vediamo negli altri. Ci sono diverse componenti:

  • componente cognitiva: prevede l’attenzione e la valutazione della sofferenza altrui e la capacità di agire quando ci si trova davanti a essa.
  • componente comportamentale: che include l’impegno da parte di ognuno e la ferma decisione di agire in modo da aiutare a eliminare la sofferenza.
  • componente emotiva: che ci porta ad agire in modo impulsivo creando relazioni emotive che ci provocano soddisfazione personale. Il nostro benessere psicologico dipende dal tipo di legami che stringiamo con gli altri: se creiamo relazioni di compassione ci sentiremo più soddisfatti.

Perché abbiamo paura di avere compassione?

Se diventiamo più compassionevoli prima o dopo ci ritroveremo a fare i conti con le nostre questioni irrisolte e con noi stessi. Aiutare gli altri e raggiungere la nostra parte più tenera ci fa paura.

Avere compassione dovrebbe iniziare e finire con l’avere compassione per tutte quelle parti di noi che non vogliamo, a tutte quelle imperfezioni a cui non vogliamo neppure dare un’occhiata.

Crediamo che essere compassionevoli voglia dire essere deboli. In realtà avere compassione significa non aggrapparsi alla volontà che le cose siano come decidiamo noi. Dare la colpa agli altri è un modo per proteggere i nostri cuori per cercare di proteggere ciò che tenero è aperto e delicato dentro di noi. Piuttosto che riconosce quel dolore ci precipitiamo a trovare un terreno confortevole.

L’emozione della compassione può portarci a provare paura per diversi motivi:

  • potremmo pensare che aiutare gli altri per alleviare la loro sofferenza ci possa rendere vulnerabili.
  • potremmo pensare che osservando le sofferenze altrui questo possa risvegliare in noi tristi emozioni che non vogliamo più provare.
  • potremmo pensare che attraverso la compassione inizieremo a rivivere le ferite irrisolte dell’infanzia impedendoci di entrare in contatto con la sofferenza del prossimo.
  • potremmo pensare che entrare in modo compassionevole in relazione con gli altri ci possa portare a un legame da cui non riusciremo più uscire.

L’importanza dell’auto-compassione

Secondo Pema Chödrön, monaca buddhista americana, bisogna aspirare a rimanere svegli e aprirci a ciò che sentiamo per accettarlo al meglio e iniziare a cambiare. In questo modo cominciamo ad avere un rapporto compassionevole con quelle parti di noi che consideriamo indegne di esistere sul pianeta.
Vivere in modo compassionevole ci permetterà di celebrare aspetti di noi che prima consideravamo impossibili.

Entrare in contatto con tutto quello che percepiamo con una certa gentilezza ci darà la possibilità di disfare i nostri involucri di protezione e scoprire che altre zone delle nostre vite sono realizzabili. Aprirci significa accorgerci di quello che ci succede dentro e sentirlo.

All’inizio l’idea può farci paura perché abbiamo molti pregiudizi sulla compassione e sul sentirci vulnerabili. Ci sono sempre buoni motivi per evitare di sentire. E’ facile amarsi quando siamo nella nostra essenza, è molto più difficile amare le nostre insicurezze le nostre paure. Ed è ancora più difficile accettarci quando siamo in protezione e adottiamo strategie.

La persona capace di provare auto-compassione, quando si confronta con i fallimenti, offre a se stessa un caldo abbraccio. Non si giudica, non si arrabbia, non si fa del male, non si sminuisce. Si comprende con gentilezza. Resta calma, non va in ansia, non soccombe allo stress. Per questo reagisce meglio alle avversità.

L’eccesso di autocritica ci indebolisce.

L’auto-compassione ci rende più resilienti.

Come essere compassionevoli senza paura

Man mano che impareremo ad avere compassione per noi stessi, il cerchio di compassione per gli altri diventerà più ampio. Ecco le 5 pratiche di Leo Babauta, autore di zenhabits.net.

Rituale mattutino. Per iniziare la giornata in modo positivo iniziamo con questo rituale del Dalai Lama: “Oggi sono fortunato di essermi svegliato, sono vivo, è una vita preziosa e non la voglio sprecare. Userò tutte le mie energie per migliorare ed espandere il mio cuore verso gli altri. Voglio avere pensieri gentili verso le altre persone, non voglio arrabbiarmi o pensare male degli altri, voglio beneficiare degli altri più che posso”.

Pratica dell’empatia. Il primo passo per coltivare empatia è svilupparla nei confronti dei nostri simili. Molti di noi credono di avere empatia, e a un certo livello quasi tutti ce l’abbiamo. Ma troppo spesso siamo più concentrati su noi stessi che sull’empatia per gli altri. Potremmo fare così: immaginiamo che una persona amata stia soffrendo. Qualcosa di terribile è successo a lei o a lui. Pensiamo al dolore che stanno attraversando nel modo più dettagliato possibile. Dopo un paio di settimane potremmo iniziare utilizzare questa pratica non solo con le persone vicine a noi, ma anche con le persone che non conosciamo.

Pratica degli elementi comuni. Invece di ricordarci delle differenze tra noi e gli altri dobbiamo pensare a cosa abbiamo in comune. Noi abbiamo bisogno di cibo, di riparo, di amore. Noi desideriamo attenzione, riconoscimento affetto e soprattutto felicità. Questo è un esercizio che si svolge in 5 step. E’ da fare con le persone che conosciamo o che non conosciamo senza saltare nessuno dei 5 passaggi. Eccoli di seguito:

  • come me questa persona cerca la felicità nella sua vita.
  • come me questa persona cerca di evitare la sofferenza nella sua vita.
  • come me questa persona cerca di riempire i suoi bisogni.
  • come me questa persona ha conosciuto tristezza solitudine e disperazione.
  • come me questa persona sta imparando a conoscere la vita.

Sollievo dalla sofferenza. Una volta che siamo diventati più empatici con un’altra persona e abbiamo capito la sua umanità e la sua sofferenza il passo successivo è volere che questa persona si liberi dai suoi dolori. Immaginiamo la sofferenza di una persona che abbiamo incontrato da poco. Immaginiamo di attraversare la sua sofferenza, pensiamo a quanto ci piacerebbe che questa sofferenza possa finire e quanto un altro essere umano possa desiderare la fine della nostra sofferenza. Riflettiamo su questo sentimento e cerchiamo di svilupparlo.

Rituale serale. Prima di andare a letto è importante prendere alcuni minuti per riflettere sulla giornata appena passata. Pensiamo alle persone che abbiamo incontrato, quelle con cui abbiamo parlato e come le abbiamo trattate. Pensiamo all’obiettivo che ci eravamo dichiarati la mattina: di agire con più compassione. Quanto bene l’abbiamo fatto? Potremmo migliorare? Cosa abbiamo imparato da questa esperienza quotidiana?

Conclusioni

Essere compassionevoli con se stessi, come dice Marina Innorta di mywayblog.it, non significa diventare indulgenti, o sentirsi in diritto di lamentarsi dalla mattina alla sera. E nemmeno smettere di crescere, di migliorarsi, di correggere gli errori che facciamo.

Si tratta invece di una forma di gentilezza e amore per noi stessi, che va praticata con intenzione. L’obiettivo non è di certo quello di darsi sempre e comunque una giustificazione. Ma di capire che davanti alle difficoltà, l’amico che ti tende una mano è molto più utile del signor giudice iper-critico che ti molla un calcio nel sedere buttandoti definitivamente a terra.
Il primo ti aiuta davvero a rialzarti.
Quell’altro ti affossa sempre di più.

A presto!

Sebastiano

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