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Dalla paura all’amore di sé: la forza della vulnerabilità

A tutti noi può capitare nella vita di vivere un momento di vulnerabilità. La differenza la fa il modo in cui accogliamo questa condizione: se siamo disposti ad accettare qualsiasi emozione presente in noi trarremo grande forza da questa esperienza, se la vediamo solamente come un’occasione per sentirci deboli e avere paura finiremo per chiuderci ancora di più. In questo articolo vedremo, tramite gli studi e le esperienze della ricercatrice americana Brené Brown e dello psicologo Thomas Trobe (Krishnananda), come riuscire a non temere la vulnerabilità e come può aiutarci ad affrontare il dolore.

Bene, cominciamo…

Che cos’è la vulnerabilità?

Secondo il dizionario della lingua italiana la vulnerabilità è lo stato di una persona che può essere ferita.

Connotazione negativa? Ho sempre pensato di sì! Ma oggi, che sto attraversando il momento più doloroso della mia vita, ho compreso che forse non avevo studiato a fondo questa condizione…

 

La vulnerabilità è la disponibilità a scoprirsi e a essere visti per come si è, senza garanzie sui risultati, è l’unica strada per dare e avere più amore, senso di appartenenza e gioia – Brené Brown

 

La vulnerabilità nel suo stato naturale è tenera, ricettiva espansiva e lascia una sensazione di beatitudine. Ovviamente senza fiducia interiore ed esteriore la vulnerabilità viene contaminata dalla paura, dalla solitudine e dalla vergogna. Questa condizione è presente in noi soprattutto alla nascita: siamo molto sensibili e sentiamo tutto con estrema spontaneità.

Purtroppo a mano a mano che cresciamo la maggior parte di noi perde questo stato prezioso e, invece, di accogliere le novità, l’avventura, l’esperienza di crescita, rimpiccioliamo la nostra vita e ci abituiamo a ciò che è sicuro e familiare.

L’importanza di essere vulnerabili

È importante aprirsi alla vulnerabilità, altrimenti continueremo a evitare di sentire la sofferenza e il dolore, condizioni umane fondamentali per riscoprire noi stessi. Se stiamo chiusi nelle nostre protezioni, spiega Krishnananda nel suo testo Aprirsi alla vulnerabilità, non diamo la possibilità agli altri di sentirci, e rimaniamo convinti delle nostre idee negative.

Quando non siamo vulnerabili, ma in uno stato di protezione crediamo che gli altri abbiano il dovere di renderci felici. Spesso siamo molto insicuri se lasciarci andare o no nelle relazioni con gli altri perché temiamo di essere respinti, offesi, abbandonati e feriti. Aspettiamo, anche se questo ci porta a essere tesi e insicuri, che sia l’altro ad abbassare la guardia per primo.

L’unico modo per tornare ad ascoltare le nostre emozioni è vivere nuovamente la nostra vulnerabilità. Essere realmente vulnerabili significa provare dolore quando qualcuno o qualcosa ci delude. Se torniamo ad essere vulnerabili riusciamo a capire:

  1.  che il senso di delusione che sentiamo ha radici nel passato.
  2.  che il passato sta condizionando ancora la nostra vita presente.
  3.  che dolore, paura, sofferenza e sicurezza sono ancora dentro di noi per come siamo stati trattati in passato.
  4.  le nostre aspettative e gli schemi di comportamento che ci allontanano dagli altri.

Perché non vogliamo provare la vulnerabilità

Ho sempre avuto il bisogno di sentirmi capace di affrontare le sfide; ho sempre voluto evitare di ascoltare le mie debolezze e non volevo riconoscerle come qualcosa che faceva parte di me; io non potevo permettermi di essere insicuro! Non volevo faticare per superare le difficoltà, per accettare le mie paure e le mie insicurezze e, soprattutto, non avevo voglia di ammetterle.

Quanti di voi hanno sentito quest’obbligo?

Sentiamo il dovere di nascondere le cose che ci fanno paura. Quante volte ci diciamo che va tutto bene sapendo perfettamente che non c’è nulla che va bene? Culturalmente parlando la nostra società ci ha insegnato che ammettere la propria vulnerabilità è vergognoso; e, visto che la soluzione migliore sarebbe evitare di provarla – ma questo non è possibile – ci obblighiamo a nasconderla. Ci hanno proposto sempre modelli vincenti, finendo per convincerci che essere vulnerabili è un segno di debolezza. Aprirsi al dolore, in realtà, rafforza, rende coraggiosi e fa vivere appieno la vita.

Non dobbiamo sentirci forti, dobbiamo essere disposti a sentire il dolore. In questo modo, ed è questo che ci fa paura, potrà succedere più spesso di essere feriti. E’ molto più semplice rimanere nella nostra armatura perché fa troppo male sentirci impotenti. Io fino ad oggi, ad esempio, avevo trovato molti modi per non sentirmi vulnerabile e cercare di essere felice comunque, ma in realtà ho scoperto che la vera felicità arriva sempre dopo aver fatto entrare il dolore.

Come superare le paure attraverso la vulnerabilità

Qual è il dono della vulnerabilità? Si acquisisce molta autostima quando si diventa vulnerabili, ci si permette di sentire la paura e la vergogna; in questo modo diventiamo più umani e più degni di fiducia. Ovviamente è importante imparare a capire con chi e con chi non possiamo aprirci, ma se continueremo a rimanere nel nostro guscio non diventeremo mai esseri umani più maturi e più saggi. E’ chiaro che quando decidiamo di aprirci non ci sono garanzie che le cose andranno sempre bene, a volte rimarremo delusi.

Esplorare due parti di noi (Krishnananda)

Immaginiamo che ci siano due parte di noi: una parte si è abituata alla sensazione familiare, alla protezione e a una certa dose di sicurezza. Questa parte conosce la nostra vita così com’è, la sceglie perché è prevedibile e ci fa sentire al sicuro.

  • Fermiamoci però a vedere come questa parte di noi ha plasmato i vari aspetti della nostra vita.
  • Cerchiamo di capire in che modo questa parte ci sta limitando, sentiamo cosa stiamo perdendo (sfide, novità, avventure, amore, intimità).

Adesso immaginiamo di entrare in contatto con l’altra parte di noi, che è molto diversa:

  • Questa parte desidera amare ed essere amata e sa che l’amore è quello che dà significato a tutto.
  • Cerchiamo di capire la nostra parte più saggia, che sa aprire il cuore anche se è rischioso.
  • Prendiamoci qualche momento per vivere l’esperienza di questa parte che, forse, è nascosta in noi da tanto tempo.
  • Iniziamo a scoprire il contributo che questa parte di noi può dare alla nostra vita.

Motivarsi al cambiamento (Krishnananda)

Prendiamoci un momento per guardare la nostra vita:

  • è necessario cambiare qualcosa?
  • è accaduto qualcosa recentemente che ci ha fatto ripensare la vita che stiamo vivendo?
  • avvertiamo qualcosa di frustrante nei nostri rapporti con gli altri e con la vita in generale?
  • se fra 5 anni non cambiasse nulla nella nostra vita saremo felici così?

La maggior parte di noi ha raggiunto un certo senso di sicurezza e abitudine. Quando però il nostro livello di comodità diventa restrittivo e non offre più sfide, dobbiamo fare un passo avanti. Forse c’è una voce dentro di noi che sta cercando di parlarci, il problema è che non l’ascoltiamo da tanto tempo. Ci sta dicendo che è ora di correre il rischio di essere vulnerabili e vedere cosa accade, che è ora di cambiare qualcosa nella nostra vita.

Accettazione (Krishnananda)

Possiamo affrontare le situazioni complicate della vita a pugni chiusi oppure con le mani aperte. Quando abbiamo i pugni chiusi, come spiega Thomas Trobe nel suo libro, opponiamo resistenza al dolore. Tenere le mani aperte invece è un gesto di resa, di accettazione del dolore. Se stiamo affrontando una situazione dolorosa proviamo a chiudere le mani a pugno e metterci in ascolto. Questa energia starà sicuramente dicendo: “Non posso sopportare tutto questo, fa troppo male”.

Adesso facciamo tre respiri profondi e lasciamo che le mani si aprano con i palmi rivolti verso l’alto. Sentiamo l’energia di questa nuova posizione delle mani e diamole voce. Probabilmente sentiremo: “Dico sì al dolore, anche se fa veramente male. Mi arrendo alla vita e smetto di lottare e cercare di controllare gli eventi”.

Vulnerabilità: il processo della rinascita

Questo processo, come scrive Brené Brown nel suo libro La forza della fragilità, ci insegna ad ammettere le storie delle nostre cadute, dei nostri insuccessi, delle nostre sofferenze in modo da poterle integrare nel nostro essere. Volere bene a noi stessi durante questo processo è un atto coraggioso. Continuare a rinnegare i nostri film facendoci condizionare da essi non ci permette di vivere a pieno le nostre vite.

Il riconoscimento. Le difficoltà sono una grande possibilità di cambiamento. Possiamo rassegnarci o deprimerci, oppure riconoscere che la crisi ci offre grandi possibilità di cambiamento:

  1. possiamo riconoscere che non abbiamo alcuna dignità e potere se viviamo in protezione.
  2. possiamo riconoscere che così facciamo male agli altri e a noi stessi.
  3. possiamo riconoscere che vivere in protezione non è sano per il nostro corpo.
  4. possiamo riconoscere che stiamo vivendo senza vero amore.
  5. possiamo riconoscere quanto sia difficile vivere in protezione.

La riflessione. C’è una voce dentro di noi che vuole essere sentita e ascoltata. Nel momento in cui siamo in grado di rivedere e affrontare emozioni come vergogna, riprovazione, risentimento e disperazione vuol dire che stiamo riflettendo. Riflettere permette anche di comprendere la correlazione che c’è fra il presente e il passato, tra causa scatenante e ferita originale. A volte quello che sentiamo ora è solo la punta dell’iceberg di qualcosa presente in noi da tanto tempo. Riflettere permette di passare dalle reazioni immediate a una comprensione più profonda dei propri pensieri e ci fa capire che il problema non sono i pensieri negativi che abbiamo, ma il fatto che crediamo che siano veri. La riflessione è l’inizio del cambiamento verso la pienezza del vivere.

La rivoluzione. I cambiamenti rivoluzionari trasformano radicalmente i nostri pensieri e le nostre convinzioni. La rivoluzione inizia quando arrivano i momenti dolorosi e abbiamo abbastanza spazio interiore per capire che sono regali mascherati. Gli uomini e le donne che si risollevano da terra hanno accettato di viaggiare nel dolore e si sono trasformati. Si può parlare di rivoluzione quando riusciamo a integrare il dolore e trasformarlo in un dono.

La curiosità porta alla vulnerabilità

Interrogarsi significa accettare di essere vulnerabili perché obbliga ad arrendersi all’incertezza. Siamo curiosi per natura, ma con il passare del tempo abbiamo appreso che la curiosità come la vulnerabilità può essere fonte di sofferenze. In questo modo iniziamo a privilegiare le certezze sugli approfondimenti, iniziamo a chiuderci alla vulnerabilità e al sapere. Il rifiuto di interrogarsi però ha un costo, quello di anestetizzarci alla vita. L’ostacolo più comune all’approfondimento delle proprie emozioni, secondo la Brown, è  dovuto al “pozzo prosciugato”, ovvero l’idea (che molti hanno) che le emozioni non siano importanti:

  • essere emotivi è segno di vulnerabilità.
  • non ci si guadagna nulla a comunicare le proprie emozioni agli altri.
  • non si conosco bene le emozioni e si preferisce tacerle e ridicolizzarle.
  • parlare di emozioni è frivolo e non è da persone forti.
  • non c’è sensibilità verso le emozioni quindi non c’è nulla da discutere.
  • l’incertezza è troppo scomoda.
  • indagare è pericoloso, può far emergere qualcosa cose che non si vogliono comprendere.

Dobbiamo essere curiosi verso le nostre emozioni, anche se questo obbliga ad arrendersi all’incertezza.

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Conclusioni

La sofferenza non se ne va se la neghiamo solamente, anzi, in questo modo si inasprisce ed esplode quando meno ce l’aspettiamo. Iniziare ad apprezzare la vulnerabilità permette, nei momenti dolorosi, di aprirsi alle paure, al risentimento, alla rabbia, alla vergogna e, sotto tutti questi strati, trovare la nostra luce: sapere che possiamo gestire e convivere con ogni emozione e che vivere è dire sì a qualunque cosa, anche la più dolorosa.

A presto!

Sebastiano

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