Articoli

Superare la paura del giudizio con l’autocritica positiva

Immaginiamoci di diventare padroni di noi stessi e che non siano più i dubbi e le incertezze a condizionare la nostra vita, ma un forte senso di autoconsapevolezza. Che cosa faremo di diverso da quello che stiamo facendo oggi?

Fidatevi, la lista delle cose che noi faremmo se ci sentissimo più sicuri è lunghissima. In questo articolo, grazie ai consigli della psicologa tedesca Barbel Wardetzki, cerchiamo di capire come superare la paura del giudizio degli altri e trasformare i nostri dubbi in autocritiche costruttive per iniziare ad attivare le nostre risorse interne.

Bene, cominciamo…

Dubitare di se stessi

Tutti noi sappiamo cosa significa avere dei dubbi, fa parte dell’essere umano sentirsi insicuri in determinate situazioni, non sapere precisamente che cosa sarebbe meglio fare.  I dubbi possono essere anche un arricchimento e uno stimolo per migliorare la nostra esistenza.

È importante rapportarsi serenamente con le nostre incertezze, altrimenti possono diventare così forti da influenzare negativamente il nostro agire e ogni impulso verrà frenato dalla domanda: sono in grado di fare questa cosa? Mi è permesso farla? E’ giusto farla?

La fiducia, invece, è una base importante per riuscire nella vita a superare e, al limite impedire, che nascano sentimenti di paura e insicurezza. Avere fiducia significa trovare dentro di sé la sicurezza e stimarsi come persona, per come si è. Questa capacità è fortemente legata alla nostra autostima, tanto più è alta tanto più avremo fiducia in noi stessi.

Mi piacerebbe molto, ma…

Questo modo di pensare è un freno ai nostri impulsi perché ragionando in questo modo si finisce col prendere delle decisioni in opposizione ai nostri desideri. Invece di sentire un senso di fiducia in noi stessi avvertiamo una sensazione di scetticismo e la nostra paura finisce col prevalere sulla curiosità. Preferiamo ricevere conferme dagli altri se quello che stiamo facendo, sentendo e pensando sia giusto.

Ogni conferma da fuori ci rasserena, ci dà un po’ di coraggio, ci fa sentire che forse non ci stiamo sbagliando. Questo fino alla successiva occasione, poi ci metteremo di nuovo in discussione e forse ci lamenteremo anche del fatto che non abbiamo avuto abbastanza fiducia in noi stessi.

E questo non fa altro che aumentare la paura e l’insicurezza; inoltre, sottrae slancio, curiosità e gioia per il nuovo lasciandoci ristagnare nel vecchio che non ci rende per niente felici, eppure, ci rassicura perché sappiamo già che cosa succederà e non siamo costretti a sperimentare qualcosa di nuovo. Ma ogni decisione condizionata dalla paura aumenta il senso di sofferenza e ostacola la via verso il nuovo e la crescità dell’individuo.

Siamo scissi in due

Quando dubitiamo di noi stessi ci sentiamo scissi, siamo divisi in due, ci allontaniamo da noi stessi e ci osserviamo come dall’esterno con sguardo giudicante: che cosa c’è che non va in me? Dovrei essere diverso!

Quando pensiamo in questo modo sprofondiamo in un dialogo interiore negativo. Non siamo più in sintonia e in pace con noi stessi, ma tormentati da una lotta interna che ci costa molte energie ed è completamente priva di senso. Così non facciamo altro che svalutarci e giudicarci negativamente con l’unico risultato certo di sentirci miseri, di vergognarci ed essere insicuri.

Alla prossima occasione ricominceremo con questo dialogo interiore negativo e con il risultato di fidarci ancora meno di noi stessi. La nostra insicurezza aumenterà, la fiducia verrà a mancare, l’opinione di noi diventerà ancora più severa.

Il problema è che quando dubitiamo di noi stessi ci scindiamo in due e ci troviamo in conflitto con il mondo che ci circonda. La paura del giudizio degli altri ci porta a creare un giudizio negativo su di noi e a pensare che anche gli altri abbiano la stessa considerazione di noi.

 

Il dialogo interno negativo rafforza ai dubbi su noi stessi e indebolisce la nostra autostima

 

Topdog e Underdog

Nella psicologia della Gestalt questi due lati in conflitto sono definiti Topdog (il tiranno) e Underdog (il suddito). La parte critica che giudica e mette in dubbio è il Topdog. E’ la parte che ha il potere di fare la voce grossa. L’Underdog si sottomette, si subordina, si nasconde, si lascia dominare e si lamenta. Fondamentalmente al nostro interno questi due lati mettono in scena il gioco del carnefice e della vittima.

Questi giochi illogici non portano a nessun esito costruttivo, ma solamente a mettere sempre in dubbio le nostre decisioni: non avrei mai dovuto…, se fossi stato diverso…, non ci riuscirò mai…, etc.

La soluzione non sta nel chiedersi quale delle due parti abbia ragione, ma comprendere che ambedue esprimono un conflitto: tra coscienza, morale, emozioni, bisogni, desideri e regole. Purtroppo entrambe le parti si esprimono in maniera esasperata: il Topdog schiavizza, l’Underdog strilla e si lamenta.

La soluzione sta nella ricomposizione, nell’integrazione tra queste due parti in modo da arrivare alla costruzione di una personalità autodeterminata. E’ possibile raggiungere questa condizione prendendo sul serio entrambe le parti, prestando loro ascolto e mettendole in contatto.

In realtà è una situazione simile a quella che si verifica quando si litiga con un amico: fino a quando ci limitiamo ad accusare la controparte non ci sarà possibilità né dialogo né di comprensione.

Lo stesso principio vale all’interno di noi stessi; nel momento in cui iniziamo a parlare del problema, a definirlo, a sentirci ascoltati e compresi il senso di distanza verrà sostituito da una sensazione di vicinanza.

Quando mettiamo in comunicazione la parte colpevolizzante con quella che fa la vittima e dimostriamo comprensione reciproca il conflitto si risolve e prevale un senso di ritrovata vicinanza.

Io non sono come tutti gli altri

Gran parte dell’insicurezza è data dall’abitudine che abbiamo di giudicarci paragonandoci agli altri: “Sono intelligente, bello, disinvolto, di successo come gli altri?”.

Se ci sentiamo molto insicuri ci risponderemo a tutte queste domande con un no, e ci sentiremo tristi e demoralizzati. Facendo paragoni continui ci giudicheremo in maniera immancabilmente negativa.

Le nostre qualità non sono percepite come parte di noi stessi, ma vengono proiettate all’esterno sugli altri. Invece di percepirci come individui preziosi e meritevoli di essere amati tendiamo a vedere queste doti negli altri.

Ma per quale motivo sentiamo il bisogno di paragonarci agli altri? Perché attraverso questo confronto cerchiamo di misurare il nostro valore personale.

Questo paragone se viene fatto senza svalutarci e neppure sopravvalutarci può essere molto utile come orientamento personale. Il problema nasce quando quello che hanno realizzato gli altri diventa l’unico metro di valutazione della propria felicità. È come se per sentirsi bene e realizzati dovessimo essere come gli altri, mentre quello che siamo ci fa sentire inferiori.

Dobbiamo accettare il fatto che non è possibile avere tutto, solo così potremo apprezzare i vantaggi dati dalla nostra condizione personale. Siamo continuamente chiamati a prendere delle decisioni che condizionano il corso della nostra vita e per ogni sì detto in una certa situazione dobbiamo prendere atto anche dei no che questa scelta comporta. Quanto più saremo sicuri delle nostre scelte tanto più ci sentiremo soddisfatti e padroni di noi stessi.

Se continuiamo a paragonarci agli altri corriamo il rischio di finire con l’orientarci esclusivamente verso l’esterno facendo dipendere la nostra autostima dal parere altrui. Un’altra variante di chi ha paura del giudizio degli altri è quello di aspirare alla perfezione. Se ci misuriamo solo con i migliori per sentirci l’altezza dovremmo sempre scegliere come loro.

Perché per sentirci bene dobbiamo raggiungere i livelli degli altri?

Se lo sguardo è volto prevalentemente all’esterno nel corso del tempo perdiamo il contatto con noi stessi. Invece di chiederci “Che cosa penso di me stesso?”, ci domandiamo “Che cosa pensano gli altri di me?”, e così si finisce nuovamente per essere scissi in due.

Come devo essere perché tu mi voglia bene?

Questa domanda è un ulteriore passo rispetto alla domanda: “Sono come gli altri?”. Infatti farsi questa domanda significa che non è sufficiente sentirsi come gli altri, ma si desidera essere amati, riconosciuti e apprezzati da chi ci sta intorno.

Il bisogno di essere riconosciuti e apprezzati è un bisogno fondamentale per ogni essere umano, ed è una sensazione necessaria per la sopravvivenza. Se venissimo soltanto rifiutati ed esclusi ci sentiremmo amareggiati e vivremo in uno stato di continuo risentimento.

Inoltre, non ci sarebbe nessun segno di stima nei nostri confronti, certo, molto dipende anche dalla quantità di conferme di cui sentiamo il bisogno. Voler essere amati da tutti è un desiderio illusorio, non accadrà mai.

Il prezzo da pagare, anzi, per ottenere questo amore da tutti è molto alto: dobbiamo essere disposti a rinunciare del tutto a noi stessi per assecondare i desideri altrui. Il passo più importante per uscire da questa dinamica è smettere di accusarsi e cominciare a mettere in primo piano la nostra felicità e la definizione di chi siamo.

Non siamo obbligati ad adeguarci e rispondere secondo l’immagine che gli altri hanno di noi. Quanto più sapremo come siamo fatti, tanto più saremo in grado di comportarci com individui indipendenti e consapevoli.

 

Non possiamo piacere a tutti ma almeno possiamo piacere a noi stessi.

 

Latte più caffe fa caffellatte

Nel momento in cui facciamo di tutto per rispondere alle aspettative altrui per piacere a loro, diventiamo come il latte che scompare unito al caffè.

Chi si orienta sempre secondo le aspettative altrui, chi evita qualsiasi tipo di conflitto, chi vuole mantenere armonia e vicinanza a ogni costo è una persona confluente. In questa dinamica non riusciamo a definire il confine tra noi stessi e gli altri.

Quanto più insicuri ci sentiamo e quanto più siamo assaliti dai dubbi su noi stessi, tanto più saremo inclini ad accettare l’opinione altrui e a comportarci di conseguenza. Il mezzo per evitare qualsiasi conflitto, è essere consonanti con l’ambiente circostante, lasciarsi trasportare dalla corrente.

Ma pensiamoci un attimo: cosa succede al latte e al caffè quando vengono mescolati insieme? Nasce una nuova terza sostanza. Non sono più l’originale latte e l’originario caffè. Per il gusto questo potrebbe essere un vantaggio, ma non lo può essere per il nostro benessere psichico.

La tendenza a lasciarsi trascinare in un atteggiamento confluente può quindi portare all’infelicità. Ma perché succede di diventare come il caffellatte? Tutto inizia quando la domanda: “Che cosa pensano gli altri di noi?” diventa più importante del nostro desiderio di fare qualcosa.

Quando cerchiamo di anticipare quello che gli altri pensano di noi allora non siamo più liberi di decidere di essere come vogliamo.

A quel punto saremo più preoccupati delle conseguenze possibili del nostro comportamento, dell’effetto che facciamo sugli altri, di quello che dobbiamo fare, piuttosto che avere ben presenti le nostre opinioni e i nostri desideri. In quel momento avremo già perso il contatto con noi stessi.

Quante volte avete la sensazione di non dover fare o dire una determinata cosa solo perché temete di essere giudicati e di non essere accettati? Certamente nella vita quotidiana è sempre meglio comportarsi in modo conforme all’ambiente che ci circonda, non è questo che qui si sta mettendo in discussione, si tratta piuttosto di chiedersi: posso essere con gli altri così come sono, oppure per essere accettato devo mostrarmi diverso?

Una forma positiva di confluenza può essere molto gratificante quando si vive la sensazione appagante di sentirsi in comunione con l’altro. In questi momenti può essere controproducente chiudersi in se stessi e guardare nella direzione opposta.

Tuttavia per non perdersi nell’altro è necessario rimanere entità distinte come il latte e il caffè. Il problema non è certo la sensazione di comunanza, bensì, la rinuncia a essere noi stessi. E questo lo possiamo evitare da una parte vivendo la nostra unicità e acquistando la capacità di rispettare i nostri limiti e dall’altra riuscendo ad adattarci alle circostanze esterne.

4 vie per bloccare la paura del giudizio

Ecco le 4 vie per smettere di vivere la paura del giudizio:

  1. Niente è per sempre: la realtà è che il cervello umano ha riserve di dati limitate. Anche se noi possiamo dare giudizi essi non sono abbastanza significativi da guadagnare un posto nella nostra memoria per sempre. Quindi quando qualcuno esprime un giudizio su di noi è probabile che dopo pochi giorni quel giudizio abbia lasciato la loro consapevolezza cosciente. Sviluppiamo la nostra comprensione delle persone non con gli errori che commettono o le battute d’arresto, ma creando uno schema basato sulle grandi cose che fanno e dicono, e con gli schemi con cui interagiamo con loro.
  2. Il giudizio è inevitabile: smettiamo di provare a controllare i giudizi. Se pensiamo a dichiarazioni popolari come “Non giudicare”, “Questa è una zona di non giudizio”, o “Sei in un ambiente non giudicante” non andremo mai da nessuna parte. Niente di tutto ciò può funzionare: non possiamo controllare ciò che pensano gli altri. Forse non esprimeranno il loro giudizio, ma questo non significa che possano bloccare il processo fisiologico del loro cervello.
  3. Lascia che giudichino: può essere liberatorio in una relazione intima, invece di bloccare noi stessi, essere aperti, vulnerabili e condividere anche qualcosa di negativo, ma importante su di noi. Se ci accorgiamo di trattenerci per paura del giudizio chiediamoci: “Qual è il giudizio che temo che arriverà dalla mia apertura?”. Proviamo a trovare una strada con cui gestire la paura e ricordiamoci che le relazioni intime si approfondiscono quando le persone si aprono nonostante il rischio di essere giudicate.
  4. Nota i tuoi giudizi: non c’è modo migliore di preoccuparsi meno dei giudizi che giudicare noi stessi e gli altri di meno. Certo il giudizio è inevitabile, ma proviamo a guardare i pensieri che usiamo di solito farci nella nostra testa riguardo le persone e gli eventi della nostra vita. Cambiamo il focus dei nostri giudizi: invece di etichettare le altre persone con aggettivi negativi o positivi, chiediamoci quali sono gli effetti che queste persone hanno su di noi: quelli che apprezziamo e quelli che vogliamo evitare.

Il senso dell’autocritica

Ognuno di noi possiede un cosiddetto senso critico che si manifesta sotto forma di voce interiore che commenta le nostre azioni. E questa è la voce severa della nostra insicurezza. La voce interiore diventa in quel caso una fonte di costante automortificazione che si esprime con considerazioni sempre negative e punitive. “Non ce faremo mai”, “I miei difetti li vedranno tutti”, “Ho un aspetto veramente orribile” ecc.

Iniziamo a riflettere su quali sono i nostri rimproveri preferiti che ci rivolgiamo abitualmente, cerchiamo di diventare consapevoli del modo in cui siamo soliti parlare a noi stessi. L’autocritica agisce in maniera automatica, e per riuscire a metterla a tacere è necessario diventare consapevoli di questo.

Chiediamoci quanto resisterebbe qualcuno accanto a noi se iniziassimo a parlargli come siamo soliti fare con noi stessi. Siamo tutti d’accordo che quella persona cercherebbe presto di allontanarsi non sopportando un approccio così svalutativo.

L’autocritica negativa condiziona i nostri pensieri, i nostri sentimenti, le nostre azioni e l’intero nostro essere senza che noi ce ne rendiamo conto. Chi per tutto il tempo non fa che svalutarsi a fine giornata sarà pervaso da un forte senso di impotenza e frustrazione.

Alla fine, chi invece è capace di analizzarsi in maniera adeguata, si sentirà senz’altro meglio. Questo è l’aspetto positivo della capacità di autocritica: non si tratta di volersi mostrare a ogni costo sotto una luce favorevole, bensì di osservarsi con un sguardo critico e consapevole.

  • Il mio comportamento è adeguato, posso cambiare e migliorare in qualcosa, mi devo impegnare di più?
  • Con il mio comportamento riesco a raggiungere gli obiettivi che mi sono proposto? Se non è così, che cosa posso modificare per raggiungere dei risultati positivi?
  • Quali sono i rimproveri che siamo soliti farci?

Conclusioni

È importante iniziare a vedere le proprie critiche non come una condizione che ci faccia sentire meno amorevoli e compassionevoli nei nostri confronti. La critica può diventare costruttiva se mette in luce i nostri errori e le nostre mancanze portandoci flessibilità, accettazione, impulso per nuove azioni e rafforzamento della nostra autostima.

A presto!

Sebastiano

Ps. Ti è piaciuto l’articolo? Mi aiuti a diffonderlo? Puoi usare i pulsanti social qui sotto per condividerlo con i tuoi contatti. Grazie!

Non perderti le ultime novità da Pazzi di Vita
Iscriviti alla newsletter per ricevere le nuove videointerviste, i podcast e gli articoli sulla tua mail.

Post collegati Potrebbe piacerti anche