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Resilienza: essere forti nonostante la paura

In questo articolo proviamo a capire come rendere gli eventi negativi momentanei e circoscritti; come cercare di possedere un ampio margine di controllo sulla propria vita senza essere sempre in ansia; come essere inclini a interpretare i cambiamenti come una sfida piuttosto che una minaccia. Tutto questo lo faremo grazie alle teorie sulla resilienza dello psicologo sportivo Pietro Trabucchi e ai consigli di Ellen Hendriksen, psicologa clinica all’Università di Boston.

Cos’è la resilienza?

A volte capita che la vita rovescia la nostra barca, alcuni affogano, altri lottano strenuamente per risalirvi sopra. Gli antichi definivano questo gesto di risalire sulle imbarcazioni rovesciate con il verbo “resalio”. E’ questo il nome della qualità di chi non perde mai la speranza e continua a lottare contro le avversità: deriva da qui la resilienza.

 

Le difficoltà rafforzano la mente così come il lavoro irrobustisce il corpo – Seneca

 

Gli esseri umani, come dice lo psicologo Pietro Trabucchi nel suo libro Resisto dunque sono, sono stati progettati per affrontare con successo difficoltà e stress. E in questo campo sono anche più forti di quanto si creda. Discendiamo da gente che è sopravvissuta un’infinità di predatori, guerre, carestie, migrazioni, malattie e catastrofi naturali. Abbiamo i geni di questi “tipi cazzuti” dentro di noi. Dobbiamo solamente lavorare sodo.

 

La resilienza psicologica è la capacità di persistere nel perseguire obiettivi sfidanti, fronteggiando in maniera efficace le difficoltà e gli altri eventi negativi che si incontrano sul cammino – Pietro Trabucchi

 

La resilienza si basa su quattro aspetti cognitivi:

  • senso di controllo: l’idea percepita che abbiamo circa la nostra capacità di ottenere determinati risultati.
  • tolleranza alla frustrazione: sopportare la delusione delle aspettative e muoversi verso qualcosa di nuovo.
  • capacità di ristrutturazione cognitiva: trovare degli elementi positivi in un evento modificando il nostro modo di guardarlo (ricavare un insegnamento da un errore; scoprire nuove abilità affrontando un problema).
  • attitudine alla speranza: la speranza è saper aspettare consapevoli che le avversità non sono permanenti. La capacità di sperare è l’unica cosa che ci rimane quando tu va male.

Un altra buona notizia, che ci dà lo psicologo Trabucchi, è che la resilienza oltre ad averla nei nostri geni, può anche essere potenziata e migliorata.

Purtroppo a volte fa comodo anche a noi condividere una visione di noi stessi deboli e inermi sotto i colpi della vita perché questo ci permette di non impegnarci a fondo, di non prenderci fino in fondo tutte le responsabilità.

Bicchiere mezzo vuoto, bicchiere mezzo pieno

Le persone non sono vittime passive degli eventi stressanti, reagiamo alle difficoltà in base a come leggiamo le nostre capacità di farvi fronte. In base alla nostra valutazione cognitiva delle nostre capacità avremo più o meno stress, più o meno paura, più o meno ansia. Dobbiamo capire che noi non siamo bersagli passivi degli eventi stressanti.

Ogni evento stressante viene filtrato dalle risorse interne dell’individuo. E la più importante di queste risorse è il modo in cui noi leggiamo le difficoltà: cioè la valutazione cognitiva. Essa è fondamentale perché permette di valutare i fatti e da questi far nascere i comportamenti e le strategie che decidiamo di adottare per rispondere alla situazione.

Un concetto chiave è che le persone non sono stressate e impaurite dagli eventi in sé, ma dal modo in cui li interpretano. La resilienza è la funzione della nostra valutazione cognitiva del nostro modo di vedere il mondo e di comprendere i fatti.

Lo stesso evento o la stessa situazione, a seconda del modo in cui decidiamo di vederli, porterà stati d’animo, reazioni fisiche e comportamenti del tutto diversi. Si tratta un po’ del vecchissimo è arcinoto principio del bicchiere: possiamo scegliere di vederlo mezzo pieno oppure mezzo vuoto a seconda delle nostre inclinazioni personali.

Impegno vs ottimismo a buon mercato

Le nostre convinzioni sulle possibilità di riuscita condizionano il risultato finale, che si tratti di superare paure, raggiungere obiettivi e affrontare difficoltà. Il meccanismo che fa funzionare positivamente le convinzioni di controllo si basa proprio su questo: sul fatto di scatenare l’impegno verso un obiettivo. Ma il segreto per far scaturire il corso all’impegno delle vicende umane consiste nel vedere gli eventi come almeno in parte dipendenti da noi.

James Rotter teorizzò la teoria del “locus of control”. Esso è il timone della nostra vita. Secondo Rotter gli individui si classificano in base a chi si posiziona internamente e a chi si posiziona esternamente. Coloro che pongono il luogo del controllo dentro di sé ritengono che le cose dipendano in massima parte da loro.

 

Se ce la metto tutta, non posso perdere. Forse non vincerò una medaglia d’oro, ma sicuramente vinco la mia battaglia personale – Ian Thorpe

 

Farcela o non farcela per raggiungere un obiettivo dipende dalle proprie capacità e dal proprio impegno. L’individuo con il luogo del controllo esterno, invece, ritiene che la vita e il raggiungimento degli obiettivi siano determinati dal caso e dalla fortuna.

Perseverare

Saper incassare e stringere i denti incamerando delusioni e perseverando nonostante i disagi e le difficoltà sono capacità sempre più rare nella società attuale. La tolleranza alla frustrazione, soprattutto nelle giovani generazioni, è una capacità declinante.

Si cresce protetti da qualsiasi frustrazione e senza sviluppare nessuno strumento che ci aiuti a diventare più resilienti nell’affrontare le difficoltà. Siamo smisuratamente attenti a noi stessi, alla nostra cura, ai nostri bisogni più insignificanti, a malesseri e micro sensazioni negative. Per sopportare di più la fatica non bisogna averla sopportata da giovani, basterebbe essere stati strappati al principio del piacere fin da piccoli.

 

Ciò che non ti uccide ti rende più forte – Friedrich Nietsche

 

La tolleranza alla frustrazione è in ultima analisi un problema cognitivo, però, l’ambiente sociale ne influenza l’apprendimento. Nella società attuale vengono proposte come accessibili mete sempre più elevate. Vengono alimentate aspettative irrealistiche e questo provoca un ottimismo che si spegne alla prima difficoltà, alla prima delusione.

Per migliorare la propria capacità di frustrazione bisogna agire modificando il proprio sistema di aspettative a priori e imparare a educare il proprio sistema a indirizzarsi in modo più realistico.

E’ importante sottolineare che il nostro cervello è stato creato per sperimentare le frustrazioni e trarne utilità pratica: ci spingono a cambiare le situazioni, a muoverci, a modificare la nostra vita. Le frustrazioni sono veramente dannose solo se eccessive e troppo prolungate in quanto creano “impotenza appresa”.

6 suggerimenti per aumentare la resilienza

Come abbiamo già detto la resilienza è un’abilità acquisita, non un’abilità che abbiamo dalla nascita. Imparare a lottare nella vita, invece che affondare, è un’abilità che può essere appresa. Ecco i consigli della psicologa americana Ellen Hendriksen.

  1. Sentiamoci schifosi ogni tanto. Tutti abbiamo sentito l’incoraggiamento: “Quando la vita ti da limoni fai una limonata”, ma spesso leggendo questi slogan motivazionali ci sentiamo comunque inutili come un paio gli occhiali in una giornata nuvolosa. La vera capacità di recupero non significa non scoraggiarsi mai. Se non incontriamo mai un lotta dolorosa non potremmo mai scoprire la nostra resilienza. La resilienza non consiste nel mascherare il dolore e fingere che non ci sia, siamo umani non macchine. La cosa importante non è come ci sentiamo in questo momento, ma superarlo e rialzarci.
  2. Siamo gli unici che possiamo controllare il nostro destino. Facciamo un’azione decisiva. È allettante usare il destino come scusa, ma prendi il controllo nel miglior modo possibile.
  3. Manteniamoci centrati sul valore. E’ giusto prendere decisioni, ma se la decisione giusta non è chiara può essere facile commettere degli errori. Avere una bussola morale porta a una forte etica e moralità e danno uno scopo alla nostra vita, che a sua volta dà luogo alla resilienza.
  4. Ricarichiamoci con un allenamento. Affrontare le battute d’arresto può essere estenuante quindi è importante non tornare indietro, ma ricaricarsi lungo la strada. L’esercizio fisico è spesso una piccola metafora per le sfide più grandi della vita. Più facciamo esercizio più aumenta il nostro livello di motivazione che allevia lo stress e ci mette in una mentalità più positiva.
  5. Non impostiamo obiettivi irrealistici. Magari vorremmo essere ricchi, famosi e impiegare poco sforzo per diventarlo. Questo è un obiettivo irreale. Essere resilienti vuol dire anche non mettersi su percorsi fallimentari. Se impostiamo troppi obiettivi elevati quando non ci riusciamo ci daremo la colpa del fallimento. Quindi è importante mantenere la portata dei nostri obiettivi ragionevoli. Sfidiamo noi stessi e puntiamo in alto, ma siamo onesto con noi stessi.
  6. Esprimiamo i nostri sentimenti. Impariamo a farlo con gli amici e con le persone a cui teniamo. Esprimiamo genuinamente le nostre emozioni: dal dolore, alla frustrazione, alla gioia. Essere onesti e autentici piuttosto che piacere a tutti ci permetterà di sentirci più sollevati, sani e resilienti.

Conclusioni

La resilienza va allenata, c’è poco da fare. Credevo che resistere nella vita fosse solo questione di muscoli, ma allenare la nostra resilienza significa porsi continuamente una domanda di fronte agli accadimenti della vita: “Cosa c’è di buono in quello che sta succedendo?”, ovvero “Qual è il miglior significato che posso attribuire a quanto sta accadendo?”.

Come essere umani abbiamo un potere inimmaginabile: qualsiasi evento ci accada siamo noi a scegliere che significato dargli e quindi quale reazione avere. A volte siamo talmente abituati a reagire in modo meccanico agli eventi della vita, che abbiamo dimenticato questa nostra straordinaria abilità: la resilienza.

A presto!

Sebastiano

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