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Vincere la paura del fallimento

In questo articolo parleremo di fallimento e di quanto questo timore condizioni la nostra vita e le nostre scelte. Cercheremo di comprendere il legame che  fiducia, vergogna e perfezionismo hanno con questa paura; inoltre, vedremo i 5 consigli di Theo Tsaousides, neuropsicologo greco e professore all’università di New York per affrontare e prevenire il fallimento.

Bene, cominciamo…

Perché abbiamo paura di fallire

La paura del fallimento, che ci blocca e spesso diventa la causa dei nostri insuccessi, nasce dalla scarse esperienze che facciamo con essa nella nostra vita. La verità, e l’ho vissuto sulla mia pelle, è che siamo poco preparati ad affrontare le sconfitte e, per questo motivo, temiamo tutte quelle esperienze che ci avvicinano a un possibile fallimento.

Questo modo di vivere comincia sin da piccoli: siamo cresciuti da genitori che a loro volta temono le sconfitte – sia da quelle banali che da quelle più serie.

Per sopravvivere nell’antichità era primario appartenere a un gruppo. Essere abbandonati o rifiutati voleva dire morte certa. Oggi, anche se non è più così, noi continuiamo a temere il fallimento, una paura radicata nella nostra biologia e che trae origine propria dalla paura di essere abbandonati e rifiutati.

In realtà dobbiamo diventare consapevoli del fatto che nella vita non possiamo controllare qualunque cosa e che quindi le sconfitte, le sofferenze e i fallimenti arrivano per tutti.

La differenza, come sempre, la fa la nostra capacità di vedere questi “eventi negativi” non come delle catastrofi totali, ma di saperli osservare e gestire come degli episodi a sé stanti che possono insegnarci molto su di noi e sulla nostra resilienza.

Insomma, la predisposizione biologica e il condizionamento educativo e sociale hanno finito per rendere il fallimento un tabù di cui non si può nemmeno parlare. Meno ci esponiamo alla paura di fallire più ne avremo.

Come superare la paura del fallimento

La paura di fallire spesso si mette in mezzo tra noi e i nostri obiettivi. Spesso al solo pensiero di non raggiungere un determinato intento veniamo bloccati dalla paura e finiamo per mollare. Cosa possiamo fare per prevenire e superare la paura del fallimento?

Ecco i 5 consigli di Theo Tsaousides, neuropsicologo greco e professore all’università di New York:

  1. Ridefinire il fallimento come una differenza. Qual è la nostra definizione di fallimento? Significa arrendersi, non raggiungere i nostri obiettivi? Non essere altezza delle situazioni? Non essere perfetti? E’ importante essere chiari riguardo la nostra idea di fallimento. Per rendere il nostro obiettivo realizzabile, dobbiamo pensare alla differenza tra quello che pensiamo di raggiungere e quello che potremmo raggiungere. Questa differenza ci fornisce informazioni che possiamo studiare, analizzare e comprendere in modo da ricalibrare i nostri sforzi e le nostre energie futuri.
  2. Distinguere tra minacce reali e immaginarie. La paura è la nostra risposta a due tipi di minacce: reali e immaginate. Le minacce immaginate sono scenari ipotetici. Tenere un discorso di fronte a un gruppo di persone è una minaccia immaginata perché non c’è rischio per la nostra sopravvivenza. Fare un discorso nella savana davanti a un gruppo di leoni, invece, è un minaccia reali perché loro non sono interessati ad ascoltarci, ma a mangiarci. La paura del fallimento implica solamente minacce immaginate: mentre la paura è reale, la minaccia non lo è. La minaccia è una previsione, un prodotto della nostra immaginazione. Ovviamente questo non fa diventare la nostra paura infondata, ma la rende prematura e non necessaria. Non lasciamoci fermare da essa, studiamo un piano per come evitare le conseguenze di cui abbiamo paura.
  3. Creiamo avanzamento anziché prevenzione. La ricerca sul raggiungimento degli obiettivi suggerisce che ci sono due modalità che le persone utilizzano rispetto ai loro obiettivi: approccio ed evitamento o, anche detti dal neuropsicologo greco, “promozione” e “obiettivi di prevenzione”. Gli obiettivi di promozione sono rivolti a raggiungere un risultato positivo (“Voglio migliorare i miei voti”, “Voglio avere più clienti”, “Voglio mettermi in proprio”), mentre gli obiettivi di prevenzione tendono a evitare i risultati negativi (“Non voglio perdere il lavoro”, “Non voglio avere una cattiva reputazione”, “Non voglio ottenere dei brutti voti”. La paura di fallire porta alla creazione di obiettivi di prevenzione i quali potrebbero offuscare la nostra concentrazione, minare i nostri sforzi e rendere difficile la pianificazione. Per evitare di rinunciare, di mollare i nostri traguardi dobbiamo ricordarci di analizzare i nostri obiettivi di prevenzione e trasformali in obiettivi di promozione, altrimenti le nostre intenzioni saranno sempre oscurate.
  4. Aspettiamoci un buon risultato, mano non affezioniamoci ad esso. Più ci attacchiamo al risultato immaginario che ci siamo creati più interpreteremo tutti gli esiti diversi che raggiungeremo durante il percorso come un fallimento. In questo modo, nel caso le circostanze cambiassero e trasformassero la nostra esperienza, potremmo iniziare a vedere quello che per noi inizialmente era un risultato ideale come qualcosa che non è più appropriato e significativi per noi. Se non siamo capaci di rivalutare i nostri obiettivi e risultati continueremo a rimanere fissati sull’obiettivo iniziale vedendo solamente le discrepanze e il nostro fallimento. In conclusione esistono obiettivi che richiedono focus e costanza, altri, necessitano di apertura e flessibilità. Modificare e rivalutare gli obiettivi durante il percorso non è un fallimento.
  5. Noi siamo forti e possiamo prevalere. La paura del fallimento nasce dalle conseguenze negative che noi pensiamo si avverino nel caso fallissimo. Le persone temono di fallire perché non vogliono provare vergogna e imbarazzo. In realtà è quando viviamo l’esperienza della vergogna e ci apriamo alla vulnerabilità che scopriamo la nostra forza e la nostra resilienza. Per attenuare questa paura identifichiamo le conseguenze del fallimento che temiamo di più e cerchiamo di valutare la nostra abilità nell’affrontare queste conseguenze. Invece di immaginare i nostri obiettivi sperando che niente di negativo succederà, focalizziamoci sulla costruzione della nostra confidenza.

I 7 componenti della fiducia

La prima vittima del fallimento è la fiducia in noi stessi. Molte persone in seguito ai loro fallimenti non riesco più a fidarsi dello loro capacità. La cosa importante da fare, per riuscire a ritrovarla e non temere l’insuccesso, è riuscire a capire in che cosa consista la violazione che ci ha fatto provare sfiducia. Per farlo ecco i 7 componenti della ricercatrice americana Brené Brown:

  1. Confidenzialità: l’impegno a non divulgare informazioni o esperienze di altre persone. Abbiamo rispettato le confidenze altrui, evitando di divulgare informazioni riservate?
  2. Affidabilità: mantenere fede agli impegni presi. Essere coscienti delle proprie capacità e dei propri limiti. Ci siamo dimostrati affidabili nel portare a termine i compiti/obiettivi che ci eravamo impegnati a svolgere?
  3. Paletti: confini invalicabili che non vanno superati, che devono essere enunciati chiaramente e che implicano la capacità di dire di no. Abbiamo rispettato i nostri paletti?
  4. Integrità: privilegiare il coraggio sulla comodità e mettere in pratica i propri principi invece di limitarsi a professarli. Abbiamo agito in base ai nostri princìpi?
  5. Responsabilità: assumersi le proprie responsabilità, riconoscere i propri errori, chiedendo scusa e provando a rimediare. Ci siamo assunti le nostre responsabilità?
  6. Astensione dai giudizi: chiedere ciò di cui si ha bisogno, ascoltare le richieste di aiuto, parlare di ciò che si prova senza giudicare ed essere giudicati. Abbiamo chiesto ciò di cui abbiamo bisogno? Abbiamo evitato di giudicarci per questo?
  7. Indulgenza: interpretare nella maniera il più possibile positiva, favorevole e benevola, le parole e le intuizioni altrui. Siamo stati clemente con noi stessi?

La fiducia, gli errori e il fallimento possono coesistere, l’importante è che si chieda scusa, si rispettino i propri princìpi e si affrontino la vergogna e la riprovazione.

Vergogna e perfezionismo

Il modo in cui ci rivolgiamo a noi stessi crea la differenza tra vergogna e senso di colpa: la prima è rivolta a se stessi, il secondo a un comportamento. Non è solo una differenza semantica, infatti c’è una differenza enorme tra “Io ho fallito” (senso di colpa) e “Io sono un fallito” (vergogna), ma è soprattutto una condizione diversa: la prima esprime l’accettazione dell’umana imperfezione, mentre la seconda è un atto d’accusa contro la propria esistenza.

Se cerchiamo sempre e comunque il perfezionismo finiremo per trovare la vergogna. Perché il perfezionismo non è uno sforzo sano, non implica la domanda: “Come posso dare il meglio di me?”, ma solamente: “Che cosa penserà la gente?”.

Non fa mai male, come scrive la Brown, chiedersi: “E’ successo qualcosa che ci ha strappato la maschera e ci ha rivelato che in realtà non siamo come vorremmo far pensare agli altri?” A volte il nostro castello di carte basato su finzione, compiacimento, perfezionismo e dimostrazioni crolla. I problemi iniziano sempre quando ci confrontiamo e paragoniamo agli altri. Se cerchiamo sempre di dimostrarci all’altezza finiremo per sentirci sempre dei falliti.

Due tattiche della ricercatrice americana per superare le situazioni di vergogna, perfezionismo e confronti:

  1. Parlate con voi stessi come se parlaste con una persona cara. “Si hai commesso un errore, ma sei umano. Comprendo perfettamente la tua sofferenza, le tue difficoltà, ma so che stai facendo del tuo meglio. Ad ogni modo non hai bisogno di fare come tutti gli altri. Rimediare e chiedere scusa è utile, mentre odiarsi non lo è…” (Continua in questo modo!)
  2. Rivolgetevi a una persona cara di cui vi fidate. Ovviamente dovrebbe essere una persona che sentite vicina, che si è guadagnata il diritto di ascoltare la vostra storia e che sapete che vi può comprendere. La vergogna non può sopravvivere se la si esprime con qualcuno che ci dimostra empatia e ascolto.

Conclusioni

Fallire dal mio punto di vista è negarsi la possibilità di sbagliare, di cadere di trovarsi invasi dalla vergogna e sapersi rialzare.

E’ facile sentirsi forti quando le cose vanno come vogliamo, quando la nostra energia è alta e raggiungiamo i nostri obiettivi, mentre è più difficile restare fiduciosi quando la vita è difficile e siamo scoraggiati.

Accogliere il fallimento significa riciclarlo: rendiamo i nostri insuccessi fertili se riusciamo a trasformali in esperienze istruttive, tentativi di rinnovamento e rinascite.

A presto!

Sebastiano

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